La rete di Amri in Italia e le moschee milanesi, la foto esclusiva del “ilGiornale”

Il tir Scania che il 19 dicembre è piombato sul mercatino di Natale di Berlino uccidendo 12 persone, tra cui Fabrizia Di Lorenzo, era partito da Cinisello Balsamo, nel milanese.

E non lontano da lì, a Sesto San Giovanni, Anis Amri, il “soldato” tunisino di Al Bagdadi che lo aveva dirottato, è tornato dopo un paio di giorni di fuga (guarda qui la foto di Amri ucciso).

I collegamenti con le moschee milanesi

Due le ipotesi per spiegare questa apparente stranezza: aveva vecchi contatti operativi in Italia ed era alla ricerca di un luogo sicuro. Oppure stava progettando un secondo attentato in qualche altro Paese europeo, forse in Italia. Le domande sulla morte del jihadista tunisino sono molteplici. E tutte giustificate. Sorprende infatti che dopo essere sceso dal camion della morte abbia deciso di prendere un treno per andare in Francia, raggiungere Chambery, imbarcarsi su altri due treni, uno per Torino e l’altro per Milano e infine spostarsi a Sesto San Giovanni. Non è un caso che l’antiterrorismo milanese stia indagando su possibili “coperture di amici esponenti della folta comunità islamica di Sesto”. Nell’hinterland milanese, come si evince anche da vecchie indagini del Ros da almeno dodici anni si sono radicate alcune moschee clandestine illegali che agiscono in rete. Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni erano già sotto osservazione nel 2004, dopo gli attentati alla stazione madrilena di Atocha. Il questore di Milano Antonio De Iesu, nella conferenza stampa di oggi, non ha accennato a possibili collegamenti tra la partenza del tir da Cinisello Balsamo e la decisione di Anis Amri di venire (o tornare?) nel milanese. Ma domandarselo è lecito.

La morte del terrorista

Qualsiasi fosse il suo intento, non è andato a buon fine. Il “controllo di routine” di due agenti ha portato alla sua uccisione. Uno scontro a fuoco durato qualche istante, non più. Dopo aver colpito uno dei due poliziotti, il jihadista si è nascosto dietro l’auto ma è stato freddato dal secondo agente di pattuglia. La foto del corpo di Anis Amri disteso sull’asfalto mostra il colpo mortale e, da notare, il tubo della respirazione: forse il tentativo di salvargli la vita.

Perché Minniti ha rivelato i nomi dei poliziotti?

Misteriosa anche la decisione del neo ministro dell’Interno Marco Minniti, da molti anni dentro le faccende dell’intelligence nazionale e internazionale, di diffondere subito nomi e cognomi dei due poliziotti coinvolti nella sparatoria. Una decisione “inusuale” nel mondo dei servizi di polizia e dei servizi segreti, che Minniti conosce molto bene. Un’uscita che potrebbe mettere a rischio i due agenti e scatenare una qualche forma di rappresaglia. E che ha provocato la preoccupata reazione dei servizi segreti inglesi, in particolare di alcuni agenti del MI6 che hanno così commentato, con un messaggio WhatsApp, la scelta di Minniti: “My God, you are very stupid, no police in the world divulges the data with photo of Police Officer who partecipated in Operation Against Terrorism” (“O mio Dio, siete veramente stupidi, nessun servizio di polizia nel mondo divulga i dati e le foto di poliziotti che hanno partecipato ad operazioni contro il terrorismo”). Per non parlare del commento sarcastico di un ufficiale Zerevani, unità speciale della polizia curda, grande esperta di lotta a Daesh sul campo. È una donna Peshmerga di Erbil Governarato: “In Iraq vi stiamo ridendo dietro. Non volevamo crederci che il ministro degli interni italiano avesse dato alla stampa i nomi e i cognomi, con tanto di foto, dei due agenti di Polizia”.

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