Omicidio Yara: il finto ingegnere consulente di Bossetti, indagato per la falsa laurea


Ingegnere o ragioniere? Consulente tecnico con i titoli adeguati, oppure uno che avrebbe dovuto evitare di inoltrarsi in calcoli difficili, specie in un processo da ergastolo? Le domande riguardano Ezio Denti, detective privato, grande habitué della televisione (Mediaset) e consulente della difesa di Massimo Bossetti, il carpentiere condannato al massimo della pena in primo grado per l’omicidio di Yara Gambirasio.
La prefettura di Bergamo ha aperto un fascicolo sui suoi titoli di studio, per vedere se applicare o meno una sanzione amministrativa. L’ha fatto dopo aver ricevuto dalla procura di Bergamo la notizia di altre indagini in corso, avviate sulla base di due articoli del codice penale. Il 372, falsa testimonianza, perché per il sostituto procuratore Letizia Ruggeri l’indagato Denti, parlando come testimone, ha detto il falso a proposito della sua laurea in ingegneria. E per l’articolo 495, perché lo stretto collaboratore degli avvocati di Bossetti ha rilasciato, dice sempre l’accusa, false attestazioni a un pubblico ufficiale sui suoi studi. È possibile ricostruire i fatti.

Nei giorni scorsi, la difesa di Bossetti ha presentato appello a Brescia. Secondo i legali Massimo Camporini e Claudio Selvagni il procedimento che li ha visti soccombere «non regge, ci siamo trovati di fronte — sostengono — a una sentenza e a un processo che hanno fatto a stracci il diritto sostanziale, processuale e costituzionale. Abbiamo assistito a un processo dove i consulenti hanno fatto a gara per smentire loro stessi».

Parole pesantissime, pronunciate fuori dall’aula. Ma per capire quanto accaduto “dentro” l’aula del processo, viceversa, bisogna tornare indietro nel tempo, allo scorso gennaio, quando Denti ha cominciato a spiegare le sue presunte scoperte investigative sul rapimento e l’omicidio aggravato di Yara, la tredicenne studentessa di Brembate di Sopra: innanzitutto, ha seguito «migliaia di casi, che ho trattato — diceva così — nell’ambito di quelle che sono le investigazioni private, e diverse nell’ambito delle indagini difensive. Nell’ultimo anno mi sono occupato di una decina di omicidi, casi abbastanza di rilevanza nazionale». Al di là dei numeri, senza riscontro, l’avvocato Selvagni s’era rivolto a Denti nelle sue domande chiamandolo “dottore” almeno una decina di volte. Finché, rispondendo alle domande del pubblico ministero, lo stesso Denti aveva ripetuto, piccato, di essersi laureato in «Ingegneria sezione industriale con specializzazione in balistica applicata alla criminologia all’istituto tecnico superiore di Friburgo in Svizzera». Secondo l’ufficio statale italiano, che registra lauree e diplomi, il titolo di Denti si limita a uno striminzito 36/60esimi agli esami da ragioniere e perito commerciale.

Repubblica ha chiesto all’università svizzera come stanno le cose, ricevendo questa risposta: per ragioni di privacy non possono fornire dati sui loro studenti, ma — e non c’è bisogno di traduzione — «Pour répondre à votre seconde question, notre université n’est pas une école d’ingénieurs ». A Friburgo, insomma, ingegneria non c’è.

«Il dottor Denti non è dottore, è il ragionier Denti», aveva tuonato in aula il pm Ruggeri, dando origine a un alterco con gli avvocati. «La Procura non è capace di smontare le nostre tesi? Risponda con gli aspetti tecnici, la difesa non ha i soldi della procura», aveva replicato tra gli applausi del pubblico l’avvocato Selvagni. Il batti e ribatti aveva convinto la presidente a chiudere in fretta l’udienza e nella successiva, il 19 gennaio, era stata dichiarata dalla corte l’inammissibilità delle «domande sulle qualificazioni professionali o sulle qualità morali del testimone ».

In realtà, è sempre più serrata la discussione sul ruolo dei periti tecnici e dei consulenti. E in un campo diverso da quello di Denti, e cioè nella genetica, sono intervenuti con articoli importanti sia il magistrato milanese Giuseppe Gennari, sia alcuni genetisti, per scrivere apertamente che «il giudice dovrebbe essere in grado di stabilire se l’esperto ha prodotto “buona scienza” o “cattiva scienza”».
Anni fa, nei processi, ma soprattutto in tv, compariva un sedicente criminologo, che in realtà aveva un altro titolo di studio, meno efficace da citare nelle interviste: geometra. E sui fasulli titoli accademici di altri “criminologi”, spesso invitati in tv a parlare (o meglio, a litigare) da pari a pari con gli avvocati e i giornalisti (i magistrati in servizio che vanno in tv sono rarissimi), c’è molto chiacchiericcio, dietro le quinte dei tribunali.
A Bergamo, per la prima volta,

invece del bisbiglio, sembra partire una richiesta d’incriminazione che può fare giurisprudenza: nei processi è consentito al consulente vantarsi di un curriculum che non ha? L’avvocato può presentare come esperto un dilettante? E l’imputato che cosa ne pensa?

da Repubblica