Pagamenti con Pos sotto i 30 euro. I negozianti: per noi è una stangata

I costi di attivazione possono variare tra 75 e 82 euro a seconda se il dispositivo Pos è fisso oppure mobile. I costi di servizio: l’esercente sostiene una percentuale o una cifra fissa per ogni transazione elettronica.

Settemila e quattrocento macchinette in meno. Anno 2014. I punti di accesso Pos adibiti a ricevere pagamenti elettronici con carte di debito (bancomat) e credito sono scesi dai 53.493 del 2013 a 46.029. Per capire che non basterà soltanto il legislatore a sancire il definitivo trionfo della moneta elettronica (a fini anti-evasione) forse conviene partire da qui. Il 1° luglio dell’anno scorso il governo decide – dopo una gestazione lunga due anni e la «moral suasion» di Bruxelles – di imporre l’obbligo ad esercenti, studi professionali, artigiani di dotarsi di questi dispositivi per accettare pagamenti sopra i 30 euro. La decisione solleva polemiche tra i cosiddetti «ceti produttivi». Confcommercio va all’attacco denunciando alte commissioni. Si associa Confesercenti. Anche la Cgia di Mestre sottolinea la mancanza di economie di scala della grande distribuzione, dove i punti Pos alle casse compaiono da anni. Le associazioni di consumatori – quasi tutte – invece ne difendono la scelta. Ma quel provvedimento a conti fatti non basta, se sei mesi di obbligo provocano persino una diminuzione nell’acquisto dei dispositivi. Non sono previste sanzioni per chi non si mette in regola. E il cliente/avventore di bar e ristoranti, negozi e studi dentistici resta soltanto l’ultimo anello della filiera con basso potere contrattuale.

Il costo del Pos? Oltre 2 mila euro all’anno

Eppure le attenuanti di chi deve comprare quell’«aggeggio malefico» – dipinto come «furbetto» refrattario al cambiamento – ci sono. Un’analisi recentissima di Sos Tariffe – realtà indipendente che fa studi comparativi in diversi settori – segnala che attivare un Pos costa in media oltre i 2 mila euro l’anno, per un peso medio del 2% sui ricavi. È utile guardare le tabelle a fianco per capire che il costo di attivazione – ammortizzabile comunque nel tempo – può variare tra i 75 e gli 82 euro a seconda della tipologia adottata, cioè se mobile (gestibile tramite smartphone) o tradizionale, agganciato ad una linea fissa Adsl. L’attivazione nulla a che fare però con il canone mensile per il servizio. Che si aggira in media (dipende dalle offerte degli operatori Telco) intorno ai 24 euro al mese per la linea fissa e quasi 10 euro per rete mobile.
Fin qui, potremmo dire, siamo soltanto ai costi (iniziali) di gestione. Ai quali ci sono da aggiungere le spese di «attività». L’esercente sostiene una percentuale o una cifra fissa per ogni transazione elettronica effettuata dal cliente. I costi anche qui variano in funzione della carta utilizzata dall’acquirente. Se è una carta di credito il commerciante dovrà versare circa il 2% di quanto transato e non è infrequente notare la delusione del titolare quando mostriamo una Mastercard o una Visa per pagare il conto in trattoria. Se invece la carta scelta è un bancomat si aprono ulteriori due strade che complicano ulteriormente il quadro. Perché tutto dipende dalla tariffa attivata: 1) l’addebito avviene con una commissione fissa per ogni transazione (in media – registra Sos Tariffe – 1,29% se si è scelto un Pos tradizionale, 1,84% con Pos mobile); 2) l’addebito per l’esercente avviene tramite il combinato disposto tra una cifra fissa per ogni transazione più una commissione aggiuntiva sull’importo transato (1,95% per chi adot ta un Pos tradizionale più 29 centesimi per transazione e 1,79% più 21 centesimi in media per chi ha un dispositivo senza fili).
Ecco perché in un anno avere quel dispositivo – che ora potrà rendersi necessario anche per i micro-importi sotto i 30 euro – può costare 1.684 euro in media all’anno per uno studio medico, 3.812 euro per un ristorante, 3.983 euro per un negozio ipotizzando che sia dotato di un mobile Pos e tutti pagamenti siano stati effettuati con bancomat.

Il decreto per la trasparenza delle commissioni

Verrebbe da ripescare il decreto del ministero delle Finanze entrato in vigore poco più di un anno fa. Recava la firma di Fabrizio Saccomanni, predecessore di Pier Carlo Padoan alla guida del dicastero di via XX settembre. All’articolo 4 recava l’avvertenza di una maggiore pubblicità per i gestori dei circuiti di pagamento (Pagobancomat, Visa, Mastercard, American Express, Diners, Carta Aura) di «rendere noti e aggiornati, in maniera chiara, completa e trasparente attraverso il proprio sito internet le commissioni». L’articolo 5 prescriveva «la confrontabilità delle commissioni» inserendo una clausola di revisione periodica annuale.
Finora sono sembrate più che altro meri propositi. Interrogare i circuiti di pagamento sulle loro strategie commerciali risulta molto complicato. Troppo lunghe le procedure di «disclosure». Nel mezzo ci sono le banche, che emettono le carte. In questi mesi hanno firmato accordi con le associazioni di categoria nel tentativo di creare embrionali economie di scala. Ma non basta.