Morto 90 anni fa ma ancora vivo, il mistero del monaco buddista – Foto

Nel tempio di Ivoginsk, nell’estrema periferia russa, dove è conservato “il lama vivente”. I capelli crescono, il corpo ha la temperatura di 35,3 gradi e non è stato sottoposto ad alcuna procedura di imbalsamazione.

“Volete vedere il lama vivente?”. Rada è una guida competente e colta, parla un eccellente inglese e non indulge a nessun vezzo da guida. Fa semplicemente e correttamente il suo lavoro. Che è accompagnarci a scoprire il datsan di Ivoginsk, un tempio buddista a 35 km da Ulan Ude, capitale della repubblica buriata, uno dei territori più periferici della federazione russa.

Anche a vent’anni dalla Perestrojka un tempio buddista nell’ex feudo dell’ ateismo di Stato, e nell’attualissimo reame dell’ ortodossia cristiana, è degno di visita. Questo poi è anche l’unico costruito per diretta intercessione del tiranno Stalin, che i templi di ogni credo solitamente li spianava. Ma nel 1946 si fece intenerire dai monaci locali, i quali durante la Grande guerra patriottica si erano prodigati per i feriti al fronte. Non al punto da permettere loro di ricostruire il grande e antico tempio che aveva fatto saltare per aria sul lago di Gusinoe, ma abbastanza per concedere l’uso di una palude a distanza di sicurezza dalla città. Oggi il tempio è in pieno boom edilizio perché i fedeli aumentano. Stanno ricostruendo l’università e c’è persino un allevamento di magnifici mastini siberiani tenuti con ogni cura e disponibili per accoppiamenti e cucciolate.

Di lama in giro se ne vedono parecchi, sembrano tutti in salute. Rada, che diavolo è il lama vivente? E Rada la razionale cambia espressione e linguaggio raccontando la storia di Khambo Itighelov, rispettato Bancho Lama della comunità buriata, ricevuto anche a corte dall’ ultimo zar, che nel 1926 invitò i suoi discepoli a lasciare il paese perché, disse, tutto il loro mondo stava per essere travolto. Lui tuttavia restò, salvo lasciare un anno dopo, questa Terra. Si congedò in modo composto, raccogliendosi nella posizione del loto, recitando le opportune preghiere e, semplicemente, smettendo di respirare. Tornerò, promise. E raccomandò di riesumare il suo corpo dopo una ventina d’anni. Così fu fatto. Ma le prime riesumazioni, condotte, pare, in tutta segretezza, in pieno regime, non furono divulgate, mentre quella del 2002 ha avuto una grande visibilità mediatica e anche un servizio fotografico, per attestare come a 75 anni dalla morte il lama fosse perfettamente integro. Imprecisati rapporti medici avrebbero accertato nel tempo che gli arti sono flessibili, la pelle è indistinguibile da quella di una persona viva, i capelli crescono, il corpo ha la temperatura di 35,3 gradi e non è stato sottoposto ad alcuna procedura di imbalsamazione. Insomma, un morto non morto, che continua la sua vita in un altro modo, un mistero, un miracolo e una grande attrazione per il monastero.

Talvolta il lama viene esposto in occasione delle feste religiose e sì, è possibile vederlo, previa autorizzazione (è comunque vietato fotografarlo): chiuso in un piccolo tempio dedicato, circondato dalle offerte, dai paramenti e dalle immagini votive tradizionali, vestito come ogni monaco di giallo zafferano e porpora, il lama è lontano, piccolo e insondabile, protetto da una teca di cristallo. Una versione buddista del sempiterno mausoleo di Lenin a Mosca. Siede a gambe incrociate – sta proprio così, non ha alcun sostegno, bisbiglia Rada- e ha la testa china e gli occhi chiusi. Dietro le palpebre nella luce debole della stanza sembrano intravedersi i bulbi oculari, la bocca é serrata. Anche Richard Gere, il buddista più glamour di Hollywood è venuto a vederlo, pare. Mentre il Dalai Lama è stato bloccato alla frontiera per evitare incidenti diplomatici con la Cina.